Guernica, icona di pace

Il sapere della morte

Noi siamo gli unici esseri ad avere il sapere della morte.
Il dramma della città basca creò a Picasso il più empatico equilibrio compositivo riuscendo a trasferire nella tela di Guernica la drammaticità del suo sentire.
In questa umanità negata dove dolore e morte sono qualcosa e non la negazione di qualcosa, ho ritrovato i caratteri disumani dell’oggi, quell’urlo interiore che fece dire a Picasso “Come sarebbe possibile disinteressarsi degli altri uomini”!
Ed è su questa forza descrittiva di Picasso che nasce la composizione musicale, un connubio fra parola poetica e musica, dove ambedue diventano la sofferenza interiore dell’uomo oppresso e dell’artista che ha come scopo il penetrare sempre più profondamente nella conoscenza del mondo e degli uomini.
Un lavoro emozionante dove le figure femminili investite di pregnanti significati, sono portatrici di una riflessione che si è trasformata in memoria.
La musica di Albino Taggeo libera l’emozione, le parole poetiche contengono pur nella loro drammaticità, la speranza di un cambio, una luce che vuole diventare icona di pace.

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Guarda lo speciale di Save the Date, puntata del 6 dicembre 2019 RAI 5

GUERNICA

La mostra Guernica è stata esposta per la prima volta in Italia al Senato della Repubblica ed ora sarà esposta in Austria alla reggia Hofburg di Innsbruck e subito dopo a Padova in occasione dei 100 anni dell’armistizio che ha dato fine alla Prima Guerra Mondiale.

Personalmente, come membro del Comitato Scientifico della mostra e come autore di un testo sul Catalogo, condivido l’emozione e l’energia che comunica questo progetto, che vi invito a visionare qui: www.guernica.at.

I VOLTI DI CASANOVA – 16 marzo 2018

Testo Maria Gloria Grifoni
Regia Kuniaki Ida
Consulenza musicale Pierangelo Gelmini
Musiche di Anna Bon (1755) e Guido Boselli (2017)

Casanova uomo Giovanni Di Piano
Casanova donna Lorena Nocera
Don Giovanni (voce fuori campo) Andrea Reali
Musiche TrioGli Speziali
Silvia Tuja – flauto traversiere
Elisabetta Soresina – violoncello barocco
Giuseppe Reggiori –  clavicembalo
Repertorio musicale esistente e realizzazione delle musiche commissionate al compositore Guido Boselli

Giacomo Casanova è per tutti il sinonimo del più grande seduttore della storia, ma Casanova è stato principalmente poeta e scrittore, filosofo, imprenditore, musicista, religioso e agente segreto. Un uomo illuminato, dotato di mille talenti.

Quest’opera rappresenta un incontro e uno scontro tra due personaggi, uno reale, l’altro partorito dalla mente magnifica di un intellettuale, che a modo loro, in diversi modi, rappresentano popolarmente l’amore libertino e la seduzione: Don Giovanni e Casanova.

Entrambi famosi amatori ma connotati da una forza seduttiva differente: il Casanova fu in un certo senso l’incarnazione di Don Giovanni, seduttore come lui, ma connotato non da un intento collezionistico quanto dalla volontà di non lasciare mai negativa memoria di sé. Si potrebbe dire un seduttore estetico ma anche più etico. Sinceramente innamorato di ogni azione e di ogni donna. Tutt’altro che superficiale: un Casanova reale, umano, figlio della precarietà dei suoi tempi, sempre in bilico fra una corte e l’altra. Spia della Serenissima, in grado di viaggiare attraverso tutta l’Europa e di essere amico di alcuni degli uomini più importanti del Settecento, senza appartenere però mai davvero a quella classe emergente, che pure egli continuava a sentir sua.

In quest’opera si sciolgono davanti allo spettatore tutti i mille volti di Casanova, che vanno ben al di là della cieca conoscenza popolare su un personaggio di così ampio respiro. Una personalità in cui si riflettono tutte le caratteristiche di un’umanità che assomiglia incredibilmente alla nostra.

articolo la provincia

locandina como weekend

CORPI SPEZZATI – L’occidente non vuole morire. Ep.1

(Entra in scena un personaggio e si rivolge al pubblico): Buongiorno signori! Vi avviso: Satana è stato congedato, e la danza inizia con noi, marionette del vostro subconscio.
(Figure che si muovono come burattini e vanno a formare un grande corpo, uno sopra l’altro come una muraglia.) Sì signori è penetrato nella cultura occidentale un nuovo pensiero che ha accantonato il male, che ne ha congedato o negato di fatto la stessa esistenza.

UNA FIGURA CHE RAPPRESENTA UN ALBERO: Il male non è un argomento all’ordine del giorno, ma a ben pensarci, non lo è nemmeno il bene. (Si levano i burattini) Oh si! C’è solo una innovazione sociale…intellettuale…viene chiamata: Scienza Sociale! Ha reso vaga la distinzione netta fra bene e male, che l’umanità aveva fatto fin dalla sua prima infanzia, anzi! Fin dal Giardino dell’Eden

PERSONAGGIO: Noi…ora…siamo soltanto prodotti delle nostre culture etniche.

Un pagliaccio entra in scena: Sì… Sì… signori Satana sarà anche stato licenziato, ma non è rimasto disoccupato… Il novecento è stato il peggior teatro del male premeditato nella nostra storia.

FIGURE COME BURATTINI: E il 2000 cosa ci porterà?

PAGLIACCIO: L’aggressione o sì! L’aggressione che è madre di tutte le guerre.

Burattini si muovono quasi fagocitanti: Va incolpata la società! Va incolpata l’infanzia dolorosa! Va incolpata la politica, la localizzazione…e tante altre cose.

PAGLIACCIO: E si miei cari spettatori! E’ incominciato il grande campionato, un campionato mondiale del vittimismo.

GUERNICA

“La poesia non ritmerà più l’azione: sarà davanti”

“Mi domando anche se l’odio e la paura, elementi così affini, non siano giunti all’ultimo stadio della loro reciproca evoluzione, se non si confonderanno domani in un sentimento nuovo, ancora sconosciuto di cui qualcosa talvolta si rivela in una voce, in uno sguardo.”

In questo frammento de: “I cimiteri sotto la luna” le figure sembrano levarsi in quel disumano senso del potere, vivere con tutta l’intensità che può aver provocato un simile passato, quello della guerra spagnola, degli orrori e della stessa città di Guernica distrutta nell’arco di tre ore e mezza.

Guernica è forse la premessa del presente?

Tutto sembra evocare la tragedia umana che si ripete.

È falso dire: “io penso”, si dovrebbe dire “pensiamoci”, perché la morte sembra dover dare sempre la più grande rappresentazione umana della storia, si trascina lo sgomento dei grandi che daranno voce alla stessa.

Generali
Traditori:
[…]Guardate la Spagna spezzata.
[…]Da ogni bambino morto vien fuori un fucile con occhi
Da ogni crimine nascono proiettili.

[Pablo Neruda]

Il coro si fa alto continuo: voci, immagini, musica, il sogno prende forma si riappropria di un’appartenenza, quella della bellezza che non si consuma.

Chiederete: perché la tua poesia
Non ci parla del sogno, delle foglie.
[…]Venite a vedere il sangue per le strade
Venite a vedere il sangue per le strade
Venite a vedere il sangue per le strade!

[Pablo Neruda]

Il poeta sente quello che altri sentiranno nella loro profondità dopo anni e anni: sente tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia, e le compone, fedele a ciò che si è quando si è più vivi e si percepisce tutto quello che intorno ha lo stesso battito di innumerevoli esseri. Le parole diventano memoria viva, restano nel destino di un’umanità che cerca nel sogno il rinnovarsi in quel desiderio di amore e libertà.

Le figure di Guernica accentuano con il bianco e nero la mancanza di vita ed è il non colore che ci porta il buio della crudità di uno sterminio sperimentale di una città senza nessuna difesa.

Questo capolavoro di intensità emotiva, dove tutto sembra sovrastare tutto: porta parecchi artisti verso la più alta espressione artistica.

Pablo Casals ne: “Il canto degli uccelli” ricerca la parola “pace” che si fa grande nel suono e nell’interpretazione dello stesso.

Il violoncello diventerà voce, messaggio che lo rappresenterà all’Onu e alla Casa Bianca.

Ma è la poesia che nell’indignazione diventa riflessione di un epoca e di un tempo che si ripete in altri luoghi: quell’orrore che si trascinano le guerre.

So che vivono in pozzi fredde voci
che sono d’un sol corpo o molti corpi
d’un anima soltanto o molte anime.
Non lo so.
Ditemelo.

[Rafael Alberti]

Madre buona, madre forte
madre che per la vita
hai dato un figlio alla morte.

[…]Non dica: Guerra! Dica:
Pace! Pace! Quelli che valorosamente
senza paura ti seguono.

[Rafael Alberti]

Queste parole hanno quella intensità evocativa che solo un poeta che ha vissuto in un’epoca di crudeltà ha potuto sentire e trasmettere. Un interiorità non visibile ma reale, una lingua dell’anima che riassume la quantità di ignoto che risveglia nel suo tempo l’anima universale.

L’arte ha la sua funzione e i poeti sono i cittadini del mondo e la poesia non ritmerà più l’azione: sarà davanti.

Vorrei concludere questo mio pezzo, dando voce ai più grandi poeti del ‘900 che hanno vissuto per la poesia e per la libertà.

Se c’è un surrogato dell’amore, è la memoria! A poco a poco i versi di questi poeti diventano la nostra identità nella limpidezza delle parole accompagnate dalla spietatezza dei fatti.

La poesia eleva, promuove alla dignità di significato.

Ho imparato la scienza degli addii
nel piangere notturno a testa nuda.
[…]Chi può sapere che congedo attende
nella parola addio.

[Osip Mandel’stam]

Ho dimenticato la parola che volevo dire.
La rondine cieca farà ritorno nel palazzo delle ombre.
[…]Ai mortali è concesso amare e riconoscere
per loro anche il suono si effonde dalle dita
ma io ho dimenticato quel che volevo dire.

[Osip Mandel’stam]

Il linguaggio dei poeti deve aiutare a ricostruire a ridiventare fanciulli, ad amarsi e a disinnescare quella anestesia del cuore, a forza di semplicità, franchezza e audacia.

Troppe urla hanno lasciato una traccia sulla terra e hanno comunicato agli altri uomini come sono vissuti e come sono morti.

Il silenzio è un autentico delitto contro il genere umano.

Fu visto camminare tra i fucili
per una lunga strada.
[…]Hanno ucciso Federico
quando la luce spuntava.
Il plotone dei carnefici, non osò guardarlo in viso
Tutti chiusero gli occhi;
pregarono: nemmeno Iddio può salvarti!
Cadde morto Federico.

[Antonio Machado]

Ho sentito risuonare  le parole di Federico García Lorca, come se volessero riportarci ad una riflessione, la sua riflessione: “Nessuno può avere un’idea della solitudine che prova uno spagnolo, soprattutto un uomo del sud.”

Non c’è notte in cui baciando
non senta i sorrisi della gente senza volto
né c’è chi toccando un neonato
dimentichi i teschi immobili di cavallo.

[Federico García Lorca]

Esco nudo per la strada
gonfio di versi
perduti.

[Federico García Lorca]

 

Ho le ali legate sulle spalle

Percepirò ciò che è segreto, occulto…
Come  abito intessuto di piume
menzogna…amore…
luogo dei disincarnati.

L’acqua scivolerà da pelle a pelle
non saprai, né vorrai, né potrai amare,
la menzogna si rifletterà
in questo tempo perso
dove impalpabile hai voluto vivere.

A bassa voce sussurreremo: la confessione
nessuno dirà…Eternità!

La stanza è aperta al cielo
ma non c’è spazio!

Le piume affolleranno le scene
la gabbia della menzogna
era tutto quello che avevi…amavi
per un attimo.

La verità si fonderà con l’illusione
affascinata dalla bellezza della proliferazione.

Fammi mimare figure tribali
se questa è la mia parte!
Ho le ali legate sulle spalle…

Magazzino delle Anime

E’ un’ eresia quella che viviamo
scritta nei gesti
Ci appropriamo
di un altro corpo…
onda migratoria della specie.

Un’umanità nascosta
ascolterà voci
che nella polvere
si alzano leggere

L’ipocrisia…
ha conquistato l’immaginario
dove non esiste voce…

Ho pianto
con le lacrime della collettività

Se ritornerò…
cosa dovrò dire?

Ditegli
che in questa terra
con questa voce
ho urlato
il nome di mio figlio

Non si potrà
nella metamorfosi
cercare un nome
chiunque  sarà …l’altro!

I loro occhi
saranno…
un intermezzo quotidiano
La  tv in diretta
imprigionerà
il ritmo del silenzio

L’alfabeto della fine
avrà il sigillo
dell’intero secolo

Candele umane
a questa guerra

Consumeremo
corroderemo
la lirica dell’immaginario

L’illusione tattile avrà…
l’unica certezza
Esistere!

Il senso dell’identità?
Essere liberato dalla morte!

E’ l’interrogarsi
che ci fa sentire…
l’essenza della legge?

Bisbigliano…
sull’innocenza dell’eco
sul sincopato destino umano

Ascolteremo
vociferare l’Occidente
nel cielo vedremo
l’esalazione di un credo

Al confine
partecipano  entrambi i mondi
canteranno
la vita
la morte

Madri abbracceranno figli…
partoriranno

Sono i rumori della città
che penetrano
nelle nostre ossa
come grida

Dentro di noi c’è un lutto!
Nell’Io della nostra società…
un cannibalismo psichico

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Quadro di Daniela Grifoni

L’anima dello Spasimo

Tra le vostre ombre io vivo…
La notte si farà preghiera…aprirà le serrature del silenzio.

Io…Spasimo…vivrò all’angolo di un corpo umano…come onda migratoria della specie.

Il canto si innalzerà nel quadro indiscusso della vita. Le mura trasuderanno…proteggeranno…l’astrazione dell’essere.

La gabbia del tempo sillaberà… Attimo…dopo attimo il colore cercherà l’uomo… le polveri si faranno parola… il battesimo sarà…oro…luce…

Uomini gravidi di futuro cammineranno in quel tattile destino della sopravvivenza. Le polveri si coaguleranno, il rosso sarà il margine dell’umano…il divino parteciperà a entrambi i mondi.

Voci…voci…voci…in queste mura che il mondo ci dilata…
Io bisbiglierò sull’innocenza dell’eco, percorrerò questa tela di distanze.
L’attimo…diventerà…madre…padre…figlio…

Al culto dei morti devo la penetrazione nelle sfere della vita.
Nella duplicità del lamento trascenderò il divenire.
Si polverizzerà…l’alfabeto della luce…cercherà il teatro delle orme… si interrogherà sul destino umano.

La vestale…nel gesso liquido della sera diventerà la legge del ricordo…
Innalzerà, illuminerà, in queste mura, una patria di volti…
Camminerà sulle orme degli altri…darà luce alla preghiera…

In questo spazio nomade … secoli hanno trascorso il divenire.
La bellezza riconoscerà le tenebre…
La bellezza non è sepolta.
La bellezza ha un nome: Eternità!
Rinascerà in quelle ore della terra…una terra di odori
Accoglierà il giorno e la notte
canterà il frammento della disperazione.

Nei profumi selvatici, si dimenticherà il singhiozzo primordiale…
Tutto si farà colore, le parole diventeranno l’osso del mio corpo.
Il vento ha scritto sulle mura…anno dopo…anno con la polvere della sabbia la pietà per i bambini che in quella antica voglia di piangere non hanno dato risposta.

Tu arriverai…disegnerai con le palme il labirinto delle orme…
solleverai in quell’antico linguaggio del colore i loro corpi…
guarderai la loro eredità…

Tutto si mischierà…musica…canto…pianto diventerà la rivoluzione dell’amore…
Ci chiederemo ancora una volta dove Rinascere.

Medea

Rinchiusa in una gabbia mobile sdraiata sulla sua ripetizione…Medea ascolta le voci che il mondo ci dilata…

DANZA

MEDEA: Tra le vostre ombre io vivo… trascorro ancora straniera i mille volti… nascosta in questi luoghi ascolto il suono cupo che risponde ai miei sospiri.
Non voglio contender con gli Dei ma è triste la condizione di me donna!
Il mio bisbiglio è sull’innocenza dell’eco , penetra nelle sfere della vita …

DANZA

Io Medea, accusata, da una società che non si interroga.
Io sacerdotessa di Ecate, guaritrice…maga…mi interrogo .
Ho dato vita…e morte ai miei figli…madre di manovali sorti, mi vedrete ammassata con mille donne…orfana d’uomo.
Vivrò su gli usci dei gesti…come saltimbanco lunare.
Nel cavo della mia mano…mani veggenti introdurranno una nera lavagna, e scriverò l’alchimia del secolo nel gesso liquido della sera.

MEDEA: Forse dentro di noi c’è un lutto e nell’io della nostra società esiste un cannibalismo psichico.
Sentite…sono i rumori che penetrano nelle nostre ossa con le loro grida.
Sarò nelle loro mani, e mi lasceranno del tutto nuda…varcherò il muro del silenzio e risalirò l’aria…

Io ho amato e ripeterò testimone di un processo…mondo, tenebre…mia ombra.

 

Rappresentazione teatrale del 8 Giugno 2014 a Palazzo Serbelloni, Milano

Testo: Maria Gloria Grifoni
Coreografia e regia: Patrick King
Ballerini: Patrick King e Johan Silverhult
Medea: Angela Carrubba Pintaldi

Le tessitrici della storia

PENELOPE

VOCE: Nessuno vuole svegliare Penelope, quel sonno che la avvolge e la incatena, che la riporta indietro alla sua giovinezza quando non esistevano guerre, assenza di dolori, pene, Proci. Atena le getta sulle palpebre l’incanto di Ermes. La visitano i grandi sogni, le annunciano la salvezza di Telemaco e il ritorno di Ulisse. Ma Penelope conosce il morso dell’insonnia, strazi, intollerabili rimpianti, incertezze, dolori che nella veglia non può sopportare. Di notte disfa la tela che il giorno tesse e nella trama la sua voce…

PENELOPE: Nessun uomo è privo di un nome. Dimmi la terra e le genti e la tua città. Dì, perché piangi? Hai conosciuto l’angoscia? Parlami, io rinnego il tempo: il tempo è un dio senza maschera, per me inizia l’esilio e io come ogni essere mi trovo divisa tra il semplice vivere terrestre e la sua origine. Striscio la vita con la faccia nella terra e con le radici oscure di una società muovo le mani su fili invisibili. Mi vogliono fedele! Calpesterò radici e labirinti.

VOCE: Penelope… Penelope… Penelope… viola il tuo sonno, dimmi quanta morte c’è nella tua vita.

PENELOPE: Il mio presunto lutto mi ha portato la canzone dell’acqua e quella musica non appartiene a nessuno. Le mie braccia cadono per incanto come scenica storia della distruzione: chi ha nutrito capezzoli di tradimento? Sento il latrare di anime, tesso il potere, il potere è solo umano! Maschere attraversano la vita, la terra risponde a pareti d’aria, risposte fatte d’abuso dei giorni. Vecchi proni pregano, negano, masticano bestemmie, fanti e dame in una partita a scacchi fanno parte di una corte dove l’eterna scommessa è fra il bene e il male. Abbasserò per voi la cortina di Ulisse, dividerò lo spazio e il dubbio si specchierà nell’essere tempo.

CORO: Le muse hanno la loro scena,
la storia sfugge ai canoni del racconto,
ma il sacrificio fa parte della generazione:
nel dire si trascina il nostro tempo.

PENELOPE: Le nostre ombre si allungheranno, diventeranno palcoscenico, danzeranno, diventeranno argine e segno. Sentirò il battito degli uccelli nel cielo e vivrò la cortina di un sogno. Il mio telaio tesserà al banchetto della notte il proprio doppio e il corpo dell’amnesia. Ho cercato il suo volto come una trama vissuta e nella latrina della storia ho sentito il suo orecchio ascoltare la storia. Ora che sono morta so tutto, ho raggiunto la condizione dei senza labbra: confonderete il mio bisbiglio con il vento … Vi prego parlatemi… ditemi: anche io sono stata! Voi chi siete?

CORO: L’impiccagione ha avuto luogo,
ma siamo noi, le dodici ancelle,
le dodici fanciulle della luna,
a penzolare nel vuoto
e non quel pene patriarcale.


 

CALIPSO

VOCE: Non vi sono in questa isola… luogo, invocazioni, non vi sono né dèi, né uomini, né esiste oltretomba. Troverete gli archetipi dell’immaginario. L’uomo del tempo che ad esso viene sottratto. Qui non arrivano i rumori della storia ma una sospensione della sorte. Vita e morte rendono tutto malakos, “fecondità”.

Il mio volto si contrae, s’inoltra, e sprofonda, si accorge di non aver nulla da esprimere, arretra alla ricerca della propria cecità.

CALIPSO: Io renderò immortale Ulisse, lo sottrarrò al suo ostinato darsi tempo. Oh, solitudine… così terribile è il patto a me concesso. Governare nascosta e di nascosto.

Vorrei chiamarti con questa antica voce, che le epoche hanno reso scienza e con gli uccelli tessere un filo, che non sarà quello di Arianna… Testimone delle falde dell’anima vorrei porre sulla mia fronte un velo per non vedere quel processo di assenza in quel cancro che ha portato al processo della specie. Piangerò con te NESSUNO! Io…prediletta dell’ordine oscuro.


ELENA

ELENA: Io, Elena… io, l’adultera, io, perdonata… C’è qualcosa in noi che va perduto nella cieca volontà del nostro tempo di essere a ogni costo epoca. Lacererò in un rosario di colpe ventri materni, che partorirono patria e numeri e ascolterò all’interno della notte ricordi armati di una processione e gli echi saranno usati come “visti”.
Ecco… vengono… le trame firmano la sopravvivenza di Psiche.

VOCE: Giocheremo nelle onde e la terra ci farà l’inchino, il suono delle voci sarà assente e nel diaframma un archivio fatto di nessun corpo, e il fascino della crudeltà avrà un nome: NESSUNO.


Testi: Maria Gloria Grifoni
Regia: Sergio Porro
Musiche: Simone Porro
Danza: Vittoria Fedele

Penelope: Maria Gloria Grifoni

Calipso: Loredana Bianchi
Elena: Elena Bruno
Ulisse: Bruno Tortoreto

Interventi di: Osvaldo Ballabio  Angelo Bardone
Luci: Fabio Tagliabue
Tecnico del suono: Enrico Brambilla
Foto: Debora Giarrusso

In collaborazione con Roberto Frigerio, Gigi Leoni, Paola Misciagna, Alessandro Stano, Sergio Trezzi

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