Ho le ali legate sulle spalle

Percepirò ciò che è segreto, occulto…
Come  abito intessuto di piume
menzogna…amore…
luogo dei disincarnati.

L’acqua scivolerà da pelle a pelle
non saprai, né vorrai, né potrai amare,
la menzogna si rifletterà
in questo tempo perso
dove impalpabile hai voluto vivere.

A bassa voce sussurreremo: la confessione
nessuno dirà…Eternità!

La stanza è aperta al cielo
ma non c’è spazio!

Le piume affolleranno le scene
la gabbia della menzogna
era tutto quello che avevi…amavi
per un attimo.

La verità si fonderà con l’illusione
affascinata dalla bellezza della proliferazione.

Fammi mimare figure tribali
se questa è la mia parte!
Ho le ali legate sulle spalle…

Magazzino delle Anime

E’ un’ eresia quella che viviamo
scritta nei gesti
Ci appropriamo
di un altro corpo…
onda migratoria della specie.

Un’umanità nascosta
ascolterà voci
che nella polvere
si alzano leggere

L’ipocrisia…
ha conquistato l’immaginario
dove non esiste voce…

Ho pianto
con le lacrime della collettività

Se ritornerò…
cosa dovrò dire?

Ditegli
che in questa terra
con questa voce
ho urlato
il nome di mio figlio

Non si potrà
nella metamorfosi
cercare un nome
chiunque  sarà …l’altro!

I loro occhi
saranno…
un intermezzo quotidiano
La  tv in diretta
imprigionerà
il ritmo del silenzio

L’alfabeto della fine
avrà il sigillo
dell’intero secolo

Candele umane
a questa guerra

Consumeremo
corroderemo
la lirica dell’immaginario

L’illusione tattile avrà…
l’unica certezza
Esistere!

Il senso dell’identità?
Essere liberato dalla morte!

E’ l’interrogarsi
che ci fa sentire…
l’essenza della legge?

Bisbigliano…
sull’innocenza dell’eco
sul sincopato destino umano

Ascolteremo
vociferare l’Occidente
nel cielo vedremo
l’esalazione di un credo

Al confine
partecipano  entrambi i mondi
canteranno
la vita
la morte

Madri abbracceranno figli…
partoriranno

Sono i rumori della città
che penetrano
nelle nostre ossa
come grida

Dentro di noi c’è un lutto!
Nell’Io della nostra società…
un cannibalismo psichico

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Quadro di Daniela Grifoni

L’anima dello Spasimo

Tra le vostre ombre io vivo…
La notte si farà preghiera…aprirà le serrature del silenzio.

Io…Spasimo…vivrò all’angolo di un corpo umano…come onda migratoria della specie.

Il canto si innalzerà nel quadro indiscusso della vita. Le mura trasuderanno…proteggeranno…l’astrazione dell’essere.

La gabbia del tempo sillaberà… Attimo…dopo attimo il colore cercherà l’uomo… le polveri si faranno parola… il battesimo sarà…oro…luce…

Uomini gravidi di futuro cammineranno in quel tattile destino della sopravvivenza. Le polveri si coaguleranno, il rosso sarà il margine dell’umano…il divino parteciperà a entrambi i mondi.

Voci…voci…voci…in queste mura che il mondo ci dilata…
Io bisbiglierò sull’innocenza dell’eco, percorrerò questa tela di distanze.
L’attimo…diventerà…madre…padre…figlio…

Al culto dei morti devo la penetrazione nelle sfere della vita.
Nella duplicità del lamento trascenderò il divenire.
Si polverizzerà…l’alfabeto della luce…cercherà il teatro delle orme… si interrogherà sul destino umano.

La vestale…nel gesso liquido della sera diventerà la legge del ricordo…
Innalzerà, illuminerà, in queste mura, una patria di volti…
Camminerà sulle orme degli altri…darà luce alla preghiera…

In questo spazio nomade … secoli hanno trascorso il divenire.
La bellezza riconoscerà le tenebre…
La bellezza non è sepolta.
La bellezza ha un nome: Eternità!
Rinascerà in quelle ore della terra…una terra di odori
Accoglierà il giorno e la notte
canterà il frammento della disperazione.

Nei profumi selvatici, si dimenticherà il singhiozzo primordiale…
Tutto si farà colore, le parole diventeranno l’osso del mio corpo.
Il vento ha scritto sulle mura…anno dopo…anno con la polvere della sabbia la pietà per i bambini che in quella antica voglia di piangere non hanno dato risposta.

Tu arriverai…disegnerai con le palme il labirinto delle orme…
solleverai in quell’antico linguaggio del colore i loro corpi…
guarderai la loro eredità…

Tutto si mischierà…musica…canto…pianto diventerà la rivoluzione dell’amore…
Ci chiederemo ancora una volta dove Rinascere.

Medea

Rinchiusa in una gabbia mobile sdraiata sulla sua ripetizione…Medea ascolta le voci che il mondo ci dilata…

DANZA

MEDEA: Tra le vostre ombre io vivo… trascorro ancora straniera i mille volti… nascosta in questi luoghi ascolto il suono cupo che risponde ai miei sospiri.
Non voglio contender con gli Dei ma è triste la condizione di me donna!
Il mio bisbiglio è sull’innocenza dell’eco , penetra nelle sfere della vita …

DANZA

Io Medea, accusata, da una società che non si interroga.
Io sacerdotessa di Ecate, guaritrice…maga…mi interrogo .
Ho dato vita…e morte ai miei figli…madre di manovali sorti, mi vedrete ammassata con mille donne…orfana d’uomo.
Vivrò su gli usci dei gesti…come saltimbanco lunare.
Nel cavo della mia mano…mani veggenti introdurranno una nera lavagna, e scriverò l’alchimia del secolo nel gesso liquido della sera.

MEDEA: Forse dentro di noi c’è un lutto e nell’io della nostra società esiste un cannibalismo psichico.
Sentite…sono i rumori che penetrano nelle nostre ossa con le loro grida.
Sarò nelle loro mani, e mi lasceranno del tutto nuda…varcherò il muro del silenzio e risalirò l’aria…

Io ho amato e ripeterò testimone di un processo…mondo, tenebre…mia ombra.

 

Rappresentazione teatrale del 8 Giugno 2014 a Palazzo Serbelloni, Milano

Testo: Maria Gloria Grifoni
Coreografia e regia: Patrick King
Ballerini: Patrick King e Johan Silverhult
Medea: Angela Carrubba Pintaldi

Le tessitrici della storia

PENELOPE

VOCE: Nessuno vuole svegliare Penelope, quel sonno che la avvolge e la incatena, che la riporta indietro alla sua giovinezza quando non esistevano guerre, assenza di dolori, pene, Proci. Atena le getta sulle palpebre l’incanto di Ermes. La visitano i grandi sogni, le annunciano la salvezza di Telemaco e il ritorno di Ulisse. Ma Penelope conosce il morso dell’insonnia, strazi, intollerabili rimpianti, incertezze, dolori che nella veglia non può sopportare. Di notte disfa la tela che il giorno tesse e nella trama la sua voce…

PENELOPE: Nessun uomo è privo di un nome. Dimmi la terra e le genti e la tua città. Dì, perché piangi? Hai conosciuto l’angoscia? Parlami, io rinnego il tempo: il tempo è un dio senza maschera, per me inizia l’esilio e io come ogni essere mi trovo divisa tra il semplice vivere terrestre e la sua origine. Striscio la vita con la faccia nella terra e con le radici oscure di una società muovo le mani su fili invisibili. Mi vogliono fedele! Calpesterò radici e labirinti.

VOCE: Penelope… Penelope… Penelope… viola il tuo sonno, dimmi quanta morte c’è nella tua vita.

PENELOPE: Il mio presunto lutto mi ha portato la canzone dell’acqua e quella musica non appartiene a nessuno. Le mie braccia cadono per incanto come scenica storia della distruzione: chi ha nutrito capezzoli di tradimento? Sento il latrare di anime, tesso il potere, il potere è solo umano! Maschere attraversano la vita, la terra risponde a pareti d’aria, risposte fatte d’abuso dei giorni. Vecchi proni pregano, negano, masticano bestemmie, fanti e dame in una partita a scacchi fanno parte di una corte dove l’eterna scommessa è fra il bene e il male. Abbasserò per voi la cortina di Ulisse, dividerò lo spazio e il dubbio si specchierà nell’essere tempo.

CORO: Le muse hanno la loro scena,
la storia sfugge ai canoni del racconto,
ma il sacrificio fa parte della generazione:
nel dire si trascina il nostro tempo.

PENELOPE: Le nostre ombre si allungheranno, diventeranno palcoscenico, danzeranno, diventeranno argine e segno. Sentirò il battito degli uccelli nel cielo e vivrò la cortina di un sogno. Il mio telaio tesserà al banchetto della notte il proprio doppio e il corpo dell’amnesia. Ho cercato il suo volto come una trama vissuta e nella latrina della storia ho sentito il suo orecchio ascoltare la storia. Ora che sono morta so tutto, ho raggiunto la condizione dei senza labbra: confonderete il mio bisbiglio con il vento … Vi prego parlatemi… ditemi: anche io sono stata! Voi chi siete?

CORO: L’impiccagione ha avuto luogo,
ma siamo noi, le dodici ancelle,
le dodici fanciulle della luna,
a penzolare nel vuoto
e non quel pene patriarcale.


 

CALIPSO

VOCE: Non vi sono in questa isola… luogo, invocazioni, non vi sono né dèi, né uomini, né esiste oltretomba. Troverete gli archetipi dell’immaginario. L’uomo del tempo che ad esso viene sottratto. Qui non arrivano i rumori della storia ma una sospensione della sorte. Vita e morte rendono tutto malakos, “fecondità”.

Il mio volto si contrae, s’inoltra, e sprofonda, si accorge di non aver nulla da esprimere, arretra alla ricerca della propria cecità.

CALIPSO: Io renderò immortale Ulisse, lo sottrarrò al suo ostinato darsi tempo. Oh, solitudine… così terribile è il patto a me concesso. Governare nascosta e di nascosto.

Vorrei chiamarti con questa antica voce, che le epoche hanno reso scienza e con gli uccelli tessere un filo, che non sarà quello di Arianna… Testimone delle falde dell’anima vorrei porre sulla mia fronte un velo per non vedere quel processo di assenza in quel cancro che ha portato al processo della specie. Piangerò con te NESSUNO! Io…prediletta dell’ordine oscuro.


ELENA

ELENA: Io, Elena… io, l’adultera, io, perdonata… C’è qualcosa in noi che va perduto nella cieca volontà del nostro tempo di essere a ogni costo epoca. Lacererò in un rosario di colpe ventri materni, che partorirono patria e numeri e ascolterò all’interno della notte ricordi armati di una processione e gli echi saranno usati come “visti”.
Ecco… vengono… le trame firmano la sopravvivenza di Psiche.

VOCE: Giocheremo nelle onde e la terra ci farà l’inchino, il suono delle voci sarà assente e nel diaframma un archivio fatto di nessun corpo, e il fascino della crudeltà avrà un nome: NESSUNO.


Testi: Maria Gloria Grifoni
Regia: Sergio Porro
Musiche: Simone Porro
Danza: Vittoria Fedele

Penelope: Maria Gloria Grifoni

Calipso: Loredana Bianchi
Elena: Elena Bruno
Ulisse: Bruno Tortoreto

Interventi di: Osvaldo Ballabio  Angelo Bardone
Luci: Fabio Tagliabue
Tecnico del suono: Enrico Brambilla
Foto: Debora Giarrusso

In collaborazione con Roberto Frigerio, Gigi Leoni, Paola Misciagna, Alessandro Stano, Sergio Trezzi

http://www.teatroartigiano.it/tessitrici.html

Ateh

Sono la donna che ama
e parla con le pietre.
Ne percepisce il messaggio
e la loro anima.
Non le divido tra preziose o povere,
ma le unisco con un filo
che non fa differenze,
in quella loro musica
vestita di silenzio.
La pietra non ha bisogno di filosofia,
non richiede maestri,
ma la percezione dei sensi,
e in questo potere io vivo l’essenza,
il non confine dei mondi.

 

 

Fotografie: Heinz Schattner
Poesie: Maria Gloria Grifoni
Soggetto e gioielli: Angela Carrubba Pintaldi

Prima edizione Marzo 2004

La bellezza non è sepolta

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LA BELLEZZA

La bellezza non è sepolta
la bellezza ha un nome.

Vivrò all’angolo di un corpo umano
illuminerò una patria di volti.
Camminerò per le strade
mi stenderò sulle orme degli altri.

Ho sentito soffiare nel vento
la verità, la libertà, l’eternità.
Ho vissuto per un attimo la bellezza.
ho sentito il loro canto.
Sulle onde
hanno scritto, donato
a pesci più grandi
il loro corpo.

La bellezza non è sepolta
la bellezza ha un nome: libertà
Cos’è la bellezza?
Un campo di battaglia.

Vi hanno negato
la bandiera che legava
il vostro corpo al vento.

Uomini donne bambini
Camminerete sulle orme degli altri
chiederete perdono
per il mercato del silenzio.

Vorrei ora chiedervi
di vivere al contrario.

La bellezza non è sepolta
la bellezza ha un nome: verità.

Se volete percorrermi
toglietevi le scarpe.

Ci truccheremo
una maschera
dietro la quale batte un cuore.

In quello spazio nomade
ci incontreremo
dove la bellezza
riconoscerà le tenebre.

La bellezza non è sepolta
la bellezza ha un nome: eternità.

Il volgersi di Orfeo

Orfeo. Una storia d’amore – un sogno
Una storia che parla di due mondi: uno di luce e realtà, e l’altro di ombra e virtualità. Il nostro eroe impara a vivere in tutte e due le realtà.

ORFEO: Corpo e non fantasma…coperto di odori, vapori…ombre.

Lei si volta e guarda Orfeo con uno sguardo seducente. Orfeo vede che la donna è Euridice in un abbraccio intimo con un uomo.

Il tempo si dilata, respira, si misura con la tua ombra. Il mio volto si dissolve e la rabbia scolpirà la mia inquietudine e la tua ombra nello specchio abbasserà le palpebre fino all’intermittenza della morte.

Orfeo l’aggredisce verbalmente colto da una gelosia furiosa.

Chi è quell’uomo? Dimmi chi è? Ho visto le tue braccia levarsi, il tuo corpo farsi conca, la tua bocca premersi sulla sua. Acrobata di un destino l’amplesso…Chi è lui?

Lei rimane confusa, sconvolta dalla furia di Orfeo. Le sembra di non stare bene, si sente debole.

VOCE: Orfeo! Le azioni vanno giudicate in base al godimento. L’estasi voluttuosa è il fine sovrano di questa società e non richiede nessuna giustificazione.

ORFEO MODERNO: Terribile ritornare a questo mondo! Il corpo mi rifiuta e l’anima non trova più il suo inizio. Guardo il tuo viso, il tuo seno, e sento che il tuo passo nell’oscuro s’inoltra. Vi prego chiamate una autoambulanza! Dov’è quell’uomo?

VOCI: Il grande enigma della vita umana non è la sofferenza, bensì la sventura!

ORFEO: Ti porterò in ospedale, ti porterò tra le mie braccia! Datemi parole che mi rimbombino dentro. Parole che mi cadano addosso come rovine dei templi. Parole dove affondare i miei sogni, i miei incubi. Tra le mie braccia…varcheremo la soglia di un infinito vuoto.

La scena della processione si è dissolta e troviamo un Orfeo solo con il suo laptop. Orfeo si sente in colpa. Devastato cerca altre realtà, naviga su internet, ma non trova pace, senza Euridice la vita non ha senso. Orfeo prega gli Dei, chiede di riunirsi con la sua amata

ORFEO (si mette a navigare): Se in queste tenebre dove non vi è qualcosa da amare, l’anima smette di amare…l’assenza diventa definitiva. Vi prego..! Voi dell’Olimpo! Voglio ancora vedere i segreti volti di Euridice, sentire il suo corpo curvo sul mio, le sue cosce stringere le mie, i suoi lamenti…

ORFEO MODERNO: Mi interrogo, interrogo, quei cieli senza specie. Sagome in transito noi siamo. Lo schermo del computer…è l’esistenza di uno scheletro dentro di noi. In questo vivere invento me stesso.

Con un clic sul computer, lo spazio comincia a trasformarsi in un mondo virtuale.
Mondo virtuale: Luci e ombre si incrociano. Proiezioni video su diverse superfici, creano un mondo di sogni e trasgressioni.

Orfeo entra in questo mondo virtuale di ombre e proiezioni. Scoprirà un mondo “vampirico”, dove tutti sono bellissimi: decadenti, seducenti, belli come dandy. Una eleganza come nella bella Epoque. Tutti porteranno delle maschere fatte di merletti e cuoio. In questo mondo virtuale, affollato di personaggi trasgressivi e stravaganti, che si infileranno per metà, in abiti appesi a un appendi abiti con rotelle che muoverà  con i loro movimenti.

VOCI: In questo gioco di maschere, travestimenti, azioni finte.
E se giocassimo a nasconderci!
E se non ci bastasse quel nascondiglio?
E se non potessimo essere creature?
[…]
Rimani Orfeo, Rimani tra noi !Qui non si invecchia mai…mai…mai…
Qui nessuno ha bisogno di crescere, sarai eternamente giovane e bello.

ORFEO: Tu chi sei?

PERSEFONE: Sono Persefone, compagna di Mofeus-Hade…Seguimi! In questo gioco d’ombre, gli inferi sono stati congedati, e la danza inizierà con noi, marionette del vostro subconscio.

VOCI: Ma c’è il rischio che ci divorino! C’è il rischio che il ristagno ci corrompa all’interno.

ORFEO MODERNO: Si muovono, vivono, diventano gruppi di forze oscure. Io li inseguo, mi perdo in quei tratti… volti che sfioro con le dita dell’immaginario. Lo schermo scopre e copre la virtualità dell’ombra.

ORFEO: Io sono un uomo il cui volto non si può riconoscere! Dubbi, angosce…Mi domando…chi sono? Il poeta senza canto è solo un volto senza tratti.

EURIDICE: Portami via di qui!

ORFEO MODERNO (confuso): Rigurgitiamo le nostre esistenze, congediamo il reale per un mondo che sarà il nuovo giardino dell’Eden.

EURIDICE: Portami via! Orfeo…amore mio…Sento che le nostre esistenze sono ai confini di un mondo dove…il tuo corpo…il mio…si stanno trasformando in idea.

ORFEO MODERNO: Sono io veramente ciò che gli altri dicono di me…o sono soltanto quale io mi conosco?

EURIDICE: Siamo volti senza tratti…non possiamo ancora riconoscerci!

ORFEO: Ogni giorno calpestiamo terreni sconosciuti, e l’eternità…è vivere giorno per giorno nel bene e nel male.

ORFEO: L’idea di integrità, richiede soltanto che si sia quello che si è.

PERSEFONE: Che cos’è il ritorno?

ORFEO: È il non-luogo, o utopia di un aldilà di là dal fiume della realtà.

PERSEFONE: E tu cosa vuoi Orfeo da questo sogno ipnotico?

ORFEO: Esplorare la specie in un paesaggio senza tombe da mostrare.

PERSEFONE: Vuoi proprio uscire dal mondo virtuale Orfeo ? Morfeus-Hades te lo concede! Ma non voltarti, non guardare indietro,non pensare al passato… Il non voltarsi, sigilla il tuo credere.

ORFEO: In questa danza di ombre… percorrerò l’altro me stesso.

VOCE: Orfeo si è svegliato… ha lasciato il sogno!

ORFEO: Sapere chi siamo e cosa è lecito sperare… Dove sono i confini?

Candele umane

Milano tace,
aspetta:
gli spessi muschi delle tempie.
La gente cerca
le maitresse del tempo.
I figli della città
orinano:
un gemito.

Fra i muri:
l’ardua miniera delle anime.

Scriveva Federico Garcia Lorca
“Yo no quero más que una mano
una mano herida, si es posible.”

Oggi
en las calles
gli untori di un sogno
hanno:
fraternità mutate.

La mujer gorda corria por las calles,
abitava ricordi:
– cappelli e piume. –

Nutrita dai mondi
dimoro:
– a Largo dei gesti. –

SARAJEVO

Figure
Vissero…
Per chi alzò la sottana
e
concepì la morte:
si cancellò l’epigrafe.

“STUPRO” Sarajevo

Le memorie hanno
– corpi urbani. –
Donne ululano
– il sequestro dell’amore. –

Dirigenti
fottuti e sorprendenti
lodano dolori.
Un muro di uno spazio chiuso in fretta.
Caglia l’eclissi
– tempo dell’adulterio. –
È permesso:
circoscrivere il nulla.

Uomini pressati
ripetuti insieme.
Corteccia interrogata:
l’ansia.

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Dipinto di Daniela Grifoni

Parole di donne irachene

Una  figura vestita  tutta di nero, con il viso  coperto interagirà con le voci dei bambini e di Maria Gloria Grifoni: una fuga danzata. È lo spettro dei morti innocenti, è  la voce disperata dei sopravvissuti, sono le lacrime versate per i figli sepolti e il cuore pietrificato per i padri e i mariti scomparsi. È la paura, il sospetto, la rabbia, ma più che altro è la donna come terra, fonte di vita , speranza, che dopo troppe sofferenze, inibizioni, impone il suo diritto alla vita, di dare e poi custodire. Si oppone alla distruzione e propone un “un racconto per ingannare la morte” per sognare e lottare per un’altra realtà. Una realtà possibile e necessaria.

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VOCE: “Le gallerie della memoria” spiega come ogni compagno si ponesse continuamente una domanda pesante come una tonnellata di piombo sul torace.

VOCE: Senza rendercene conto, indossavamo, pezzo dopo pezzo, gli abiti del carnefice. Evitavamo con ostinazione di guardarci allo specchio. Le nostre emozioni erano sotterrate sotto le macerie dell’ideologia. Indossavamo l’abito  del dogma come uno scudo per premunirci e , anche per schiacciare “L’ALTRO” se avessimo pensato che deviava  dal giusto percorso dogmatico.

VOCE: Perché hai paura?

VOCE: Lui sosteneva che la paura era una forma di saggezza e di conoscenza, e che solo un ignorante poteva ignorare la paura.

VOCE: Avevo un nome, mia sorella e i miei figli avevano un nome. Dall’oggi al domani, improvvisamente, ci hanno affibbiato un nome unico, come uniforme da scolaro. Tutti siamo ormai chiamati NEMICO.

VOCE: Mano nella mano, continuarono ad ascoltare la morte. Tra le macerie c’erano teste mescolate alle carote e alle granate.

VOCE: La guerra si fa in due: uno è morto, e l’altro pure!

VOCE: Cerco colui che trova, per consegnarli la mia perdita. La morte del mio amato mi ha fulminato. Sono diventata una tomba fatta di altre donne.

VOCE: Hanno tolto l’altalena, lasciandoci sospesi nell’aria.

VOCE: Che cosa ha visto il cielo per lacrimare così diligentemente?

VOCE: Come nottambuli, partiamo per la guerra e sprofondiamo in una melma fonda. Il bambino sognando, allenava il pugno. Colpisci i nemici, colpisci!

VOCE: Il bambino si è svegliato, ha domandato alla madre: “Mamma, che vuol dire nemico?”

VOCE: Quando partiremo?

VOCE: Partire per dove?

VOCE: Dove la luna non cade

VOCE: Abbiamo lasciato i morti senza tomba.

VOCE: Abbiamo scritto tutti i nomi di fiori sui muri.

VOCE: E disegnato le erbe, il nostro cibo prediletto.

VOCE: Ai venti abbiamo teso le braccia, tanto che ormai sembriamo alberi.

VOCE: So chi sono, so quello che voglio: uccidere o essere ucciso. Qui le mie certezze si dissolvono. La tranquillità mi attira verso la casa, verso di te, verso la nostra vita serena di un tempo, le gioie che ci ha dato… Questa attrazione mi fa paura, come sono cambiati i miei tratti! Potete anche uccidere un uomo con strumenti avanzati. Ma non vuol dire che l’abbiate vinto!

Tratto liberamente dal libro “Parole di donne irachene” di Inaam Kachachi